Spesso rimaniamo a bocca aperta quando i nostri figli portano la pagella a casa. Allora interveniamo con le punizioni e i castighi, mentre il povero piccolo che odia il libro di storia solo perché nessuno suscita in lui la necessaria curiosità, piange ed è triste, fino a sentirsi davvero colpevole.
Bisognerebbe ricordarsi invece che la valutazione, alla fine del quadrimestre o dell’anno, dovrebbe servire all’insegnante stesso per comprendere se è riuscito a lavorare nella maniera idonea. Se il bambino non è stato stimolato, motivato, appassionato, la colpa e sua.
La pagella è invece diventata una sorta di classifica in un’era di arrivismo, una maniera per porre in lotta gli allievi che anziché portati ad amare i libri sono incentivati ad odiarli.
La pagella serve sì per responsabilizzare, per esortare allo studio, ma non deve divenire un’ossessione.
La scuola dovrebbe servire a imparare come consultare un testo, come documentarsi e anche e soprattutto dovrebbe insegnare a vivere tra gli altri.
La pagella serve per poter giudicare la propria efficienza nei confronti dell’alunno, non per classificare loro.
Si valuta per comprendere la propria opera, non per assurgere al ruolo di arbitri insindacabili, eppure le leggi vanno avanti, anziché preoccuparsi dei fini educativi del sistema scolastico, a discutere di debiti e crediti.
↑ Incorpora il feed di Roma-Servizi nel tuo sito o nel tuo blog! ↑