Spesso scrivendo di favole, di fate e principe, si rischia di far pensare che noi autori viviamo in un mondo tutto rose e fiori, colori e gioie, tuttavia anche noi che redigiamo fiabe e racconti, abbiamo consapevolezza scientifica delle difficoltà che spesso sorgono e sono tante, nel corso del percorso di crescita.
Ci sarebbe da parlare del dolore, degli ostacoli nei rapporti interpersonali anche all’interno del nucleo familiare, degli impedimenti vari. In questo articolo tratteremo del capriccio, inteso naturalmente come il capriccio infantile, quando cioè il piccolo cerca di affermare sé stesso e si atteggia a piccolo tiranno per ottenere qualcosa, opponendosi all’adulto in una data situazione.
Quando il capriccio si limita a sparuti comportamenti, esso può essere colto come un indizio positivo, un sintomo che ci sottolinea che il bambino sta affermando sé stesso e sta acquisendo una positiva forza di carattere.
Quando invece il capriccio diviene costante, allora ciò segnala che qualcosa non va e ciò può dipendere principalmente da due distinti fattori: o il fanciullo non ha la possibilità di manifestare in altro modo i suoi bisogni, allora ricorre a questi escamotage e quindi siamo noi che dobbiamo dargli più spazio, oppure all’opposto il bimbo sta andando oltre e se ne sta approfittando.
La stessa etimologia della parola si rifà al francese caprice, da pecora, capra e ciò fa pensare al galoppare di un ovino imbizzarrito. Ecco allora che va analizzata la situazione.
Occorre vedere se la crescita è limitata da qualche fattore mancante o troppo presente.
Comprendendo la vera natura del capriccio, sovente si capisce che è spesso il tipo d’ambiente a scatenarlo, nel senso che quando manca l’amore richiesto, ecco che il bambino innesca il capriccio per richiedere attenzione.
Parimenti l’adulto non deve pensare di perdere la fiducia del bambino e non è obbligato a soddisfare ogni capriccio: troppe volte i genitori esagerano nel sentirsi gratificati dal dare al piccolo e così lo viziano, attivando la risposta del capriccio a ogni situazione.
Come al solito la giustezza si trova con l’equilibrio. Ci si deve rendere conto del perché il piccolo è capriccioso, occorre che l’adulto cominci a responsabilizzare, anche secondo l’età e le esperienze del soggetto da educare; occorre agire anche mostrando al piccolo che egli non deve essere dipendente in tutto dall’adulto.
Quando tuttavia il bambino è escluso dalla vita familiare, ha comportamento silenzioso e timido e l’unico suo manifestarsi è attraverso il capriccio, ecco allora un segnale che qualcosa non va nel nostro comportamento.
Consiglio tuttavia perenne è quello di usare l’amore, che vuol dire dare tutto il cuore possibile ma anche comprender che l’iper-protezione danneggia assai.
Per trovare soluzione al capriccio insomma, non si deve tanto lavorare sul bambino, quanto sul nostro comportamento di educatori.
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