Gabriele D Annunzio

D’Annunzio sembra essere il simbolo, come uomo e come poeta, delle aspirazioni del popolo italiano.

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GABRIELE D’ANNUNZIO

Il pensiero di Nietzsche, influenza chiaramente uno dei maggiori esponenti del Decadentismo in Italia: Gabriele D’Annunzio, il quale matura dalla sua esperienza umana e letteraria, una personale teoria del superuomo.

Gabriele D’Annunzio D’Annunzio nasce a Pescara nel 1863. Compie i suoi studi liceali a Prato e a sedici anni compone il primo libro di poesie “Primo Vere”.
Si trasferisce poi a Roma dove s’iscrive alla facoltà di lettere, ma non arriva alla laurea. In questo periodo scrive il suo primo libro di novelle d’influenza verista:
“Terra vergine” e una seconda raccolta di versi “Canto Novo”. Nel 1883 compone i canti “Dell’Isotteo” e poco dopo le poesie della “Chimera”.
Dopo aver pubblicato altri due volumi di novelle (Libro delle vergini e San Pantaleone) abbandona Roma per ritirarsi nel Convento di S. M. Maggiore in Abruzzo, dove scrive il suo primo grande romanzo “Il Piacere”.
Si stabilisce poi per due anni a Napoli dove fa pubblicare il romanzo psicologico Giovanni Episcopo - Le Odi navali - L’innocente.
Nel 1893 scrive le liriche del Poema Paradisiaco e in seguito il Trionfo della Morte e Le Vergini delle Rocce.
Nel 1896 - 97 con l’incontro dell’attrice Eleonora Duse, nasce il D’Annunzio drammaturgo; per lei scrisse nel 1904 La Figlia di Iorio, il capolavoro del teatro dannunziano, l’opera nella quale il poeta riesce a sollevarsi alla poesia pura.
Nel 1898 intanto, il poeta si trasferisce nei pressi di Settignano, nella villa “La Cappuccina”, dove scrive la maggior parte delle sue opere più importanti e imposta una vita principesca e dispendiosa.
In quegli anni di svaghi ma anche di lavoro, il poeta scrive i due romanzi “Il Fuoco”, “Forse che si forse che no” e molte liriche che poi riunisce nei libri: “Maia Elettra” e “Alcyone”. Nel 1910, coperto di debiti se ne va in Francia, dove compone alcune opere minori.
Tornato in Italia, alla vigilia della prima guerra mondiale, D’Annunzio tiene dei lunghi discorsi per incitare l’intervento degli italiani. Dichiarata la guerra, ormai cinquantenne, vi partecipa con entusiasmo giovanile; passa dalla cavalleria all’aviazione e rimane ferito ad un occhio, perdendolo, durante un atterraggio.
In ospedale scrive il “Notturno”. Dopo l’armistizio si schiera dalla parte del malcontento, avvicinandosi alle correnti nazionalistiche e il 12 settembre del 1919 occupa Fiume.

PARENTESI STORICA
Secondo le clausole del patto di Londra, l’Italia, finita la guerra avrebbe dovuto ricevere la Dalmazia e l’Istria. durante le trattative di pace, l’Italia esige il rispetto del patto di Londra e avanza pretese su Fiume.
Le potenze dell’Intesa respingono la richiesta e l’Italia si ritira dalla conferenza per protesta.
Le truppe italiane si ritirano da Fiume ma i nazionalisti guidati da D’Annunzio compiono la “Marcia di Ronchi” e occupano Fiume, stabilendo la Reggenza del Carnaro (1919) per un anno.
Nel 1920 con il ritorno di Giolitti al governo si giunge ad una soluzione diplomatica della questione con la Yugoslavia. con il Trattato di Rapallo, l’Italia cede alla Yugoslavia la Dalmazia, salvo Zara, mentre Fiume diviene stato libero.
D’Annunzio si rifiuta di abbandonare la città ed il governo è costretto a servirsi della forza per disperdere i ribelli.
Nel 1924, in seguito ad un accordo tra il regime fascista e la Yugoslavia, Fiume tornerà all’Italia.

 

 

Gli anni del Vittoriale

Dopo il 1920, D’Annunzio si ritira in solitudine presso una villa a Gardone, che chiama il Vittoriale e trasforma in un museo alla sua vita.
Durante i primi anni del fascismo, partecipa a qualche manifestazione politica.
Nel 1924 è fatto Principe del Montenevoso, nel 1937 presidente dell’Accademia d’Italia. Muore nel 1938.
Per circa trenta anni tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, D’Annunzio sembra essere il simbolo, come uomo e come poeta, delle aspirazioni del popolo italiano appartenente al ceto borghese.
Più tardi, però sono molti i critici che tentano di svalutare l’opera di D’Annunzio.
È accusato d’insincerità, di retorica, di sfoggio di tecniche raffinate e di vuote eleganze stilistiche, di mancanza di contenuti morali e spirituali e di solidarietà umana e sociale. È rimproverato anche, di aver fatta propria, travisandola, la teoria del “superuomo” di Nietzsche, creando nei suoi romanzi, degli eroi cui tutto è permesso perché al di sopra del bene e del male, al di la della morale corrente.
La teoria del “superuomo”, però nel D’Annunzio, anche se eccessivamente esaltata, è in ogni modo sincera e sentita, poiché è vera l’ammirazione del poeta per l’audacia e la celebrazione per i condottieri quali “facitori della storia”.
Egli, infatti, dimostra nelle sue azioni di guerra, di sapersi realmente trasformare da poeta-vate a poeta-soldato ed è vero e reale l’amore per le tradizioni storiche traspose in tanta parte della sua opera poetica; tuttavia non si può ridurre D’Annunzio   questo. Basta leggerlo attentamente per accorgersi che nel poeta esiste una lotta tra reale e irreale e che il mito stesso del superuomo è spesso sopraffatto dalla poesia. Questo accade ogni volta che D’Annunzio si affida alla libera ricreazione di sentimenti e sensazioni, nell’espressione più vera della sua personalità e in altre parole nelle liriche dedicate alla celebrazione della natura.
In questo caso il poeta attinge nella sublimazione dell’arte, la suprema spiritualità della poesia; forse può nuocere un eccesso di magnificenza formale ma le sue liriche sono spesso efficaci e suggestive, il linguaggio duttile e armonioso.
È sorprendente nel poeta, la capacità di usare tutti i metri classici e di crearne di nuovi e di tradurre in splendide immagini, tutto ciò che sente, che vede e che percepisce con la sua fantasia. Egli trasforma tutto ciò che passa per la sua penna, in “dannunziano"  e in questa trasformazione istintiva, per la sua natura ambigua, può toccare vertici di poesia straordinaria e di "cattivo gusto".

Patrizia Pisano 

 

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