In origine era un film sulla vita di un artista anomalo, eccentrico, stravagante; un personaggio così fuori dagli schemi che gli stessi colleghi lo guardavano con diffidenza.
Non era semplice stare al suo fianco, impossibile “suonare” con lui che aveva il “suono” come espressione magica delle sue sottointese parole, comprensibili in ogni lingua e accettate da qualsivoglia religione.
Il suo slang, semplice, le sue battute, rincorrenti, è così che il mito di Charlie “Bird” Parker si srotola allo spettatore come struggente metafora di vita, vissuta fra genio e realtà, fra legge e poesia, fra fisica e irrealismo, fra viltà e perbenismo. C’è tutto di Bird. Guardando bene il film si ritrova lo sguardo di bambino adulto che rimane agghiacciato contemplando un tramonto, quasi a maledire l’alba del giorno che verrà. Ma la sua capacità di esprimersi con pochi “soffi” di battute semplici ma estremamente complesse nella parabola della sua mente, arricchisce ancora di più la sua musica di genio fragile e immanente. Solo trentacinque anni di vita, questo è ciò che rimane di lui, assieme al suo talento immenso, purtroppo, a noi tramandato solo in parte per colpa – forse – del suo carattere incostante che non gli ha mai permesso di organizzare le sue composizioni, ma solamente di appuntarle su fogli di carta gettati violentemente nel vento della storia.
Originalismo estremo e carica vitale queste sono le note dei suoi brani che volano nell’infinito profondo del suo sax scolpite nella storia del jazz a caratteri indelebili.
Bird, un film da vedere, assaporare e vivere per entrare nella magia del jazz e conoscere un po’ di più, attraverso l’impeccabile regia di Clint Eastwood, la grande musica che era Charlie “Bird” Parker.
Stefano Marchesi
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