L’incontro con l’Impressionismo ha segnato un momento decisamente centrale nell’evoluzione artistica di Cézanne. I lavori del pittore di Aix si sono infatti trasformati a partire dal 1870, abbandonando la violenza e la crudezza dei temi e le tinte fosche, per orientarsi in tutt’altra direzione.
Pur condividendo e facendo propri numerosi aspetti caratterizzanti la pittura dell’amico Pissarro e della cerchia d’artisti cui quest’ultimo faceva riferimento (il valore della pittura en-plein-air, la natura quale referente privilegiato, i colori più chiari e luminosi rispetto a quelli precedentemente utilizzati), tuttavia Paul Cézanne non divenne mai un’impressionista, elaborando un’arte assolutamente originale.
L’obiettivo manifesto della pittura impressionista è quello di catturare l’impressione, fissandone per sempre la fugacità sulla tela; l’attimo, carpito al continuo fluire del tempo e al perpetuo mutamento delle cose, viene restituito nell’atmosfera densa di luce che lo avvolge e che intride di sé ogni cosa, confondendo contorni, margini, colori, in una vibrante unità.
Il tentativo di rendere il coinvolgimento dell’attimo, lo sfumare dei contorni, l’evaporare di tutte le cose nella medesima atmosfera densa di luce fa sì che gli oggetti tendano a perdersi nella luminescenza dell’ora, fino a giungere a punte massime di dissolvimento.
L’oggetto tende a decomporsi nei toni, a perdersi nell’atmosfera e nelle molteplici relazioni con l’ambiente circostante.
In questa caratteristica fondamentale della pittura impressionista va individuato il maggior motivo di contrasto e la principale causa di allontanamento della ricerca di Cézanne; la sua arte è infatti orientata non al dissolvimento dell’individualità dell’oggetto, ma al recupero della sua solidità, ritrovandolo dietro l’atmosfera.
Questa diversità nel concepire la pittura da parte di artisti che, talvolta di fronte ai medesimi paesaggi elaboravano le proprie opere, nasconde un differente atteggiamento nei confronti della natura: un diverso modo di viverla, vederla e interrogarla.
La pittura di Claude Monet nasceva da un’immersione completa nel suo soggetto; era necessario al maestro parigino sentire la natura “attorno a sé e su di sé”, egli doveva abbandonarsi ad essa con la totalità del suo corpo e caricarsi dei piaceri, delle difficoltà e dei disagi che essa offriva, per affrontarli e vincerli. Sappiamo che Monet sottopose il suo fisico, fortunatamente assai robusto, ad ogni sorta d’intemperie, pur di condurre il suo lavoro, qualsiasi fosse, rigorosamente en-plein-air. L’atmosfera densa che, nei quadri di Monet, vediamo avvolgere in un carezzevole, penetrante abbraccio ogni cosa, è la medesima che avvolge il pittore. Il forte senso di coinvolgimento non riguarda solo gli oggetti sulla tela ma anche colui che li ritrae, così che l’armonia che da essa traspare sembra davvero essere totale. Monet voleva dipingere il coinvolgimento, voleva dipingere il trascorrere del tempo; tutte le cose che vivono nell’istante, le bellezze che hanno la durata di un attimo, poiché la nature ne s’arrêtre pas.
Monet dipinge armonie; egli s’immerge nel suo soggetto per cogliere l’intima bellezza dell’istante che fugge.
La natura presentata da Paul Cézanne è ben diversa da quella avvolgente e materna di Monet; essa si manifesta, in ogni suo aspetto, come impenetrabile, distaccata, assente, refrattaria a qualsiasi tipo di coinvolgimento; non ha con noi alcun rapporto di familiarità; persino i volti, che Cézanne dipinge, sono lontani, senza espressione, disumani.
Attraverso questa pittura, a venire alla luce è l’aspetto enigmatico del mondo, quello che si sottrae alla nostra umanità.
Le figure di Cézanne hanno reciso i legami con l’umanità, manifestando la loro appartenenza ad un’altra dimensione. Non è il coinvolgimento nell’armonia dell’attimo ciò che interessa il maestro di Aix, egli vuol dipingere “la materia che si sta dando una forma”, vuole vederla emergere dalla propria opacità. Il fatto che egli non condividesse con gli impressionisti la dissoluzione della forma non significa affatto che volesse tracciare dei contorni netti alle figure. L’oggetto del suo interesse era comunque la natura, ma il suo modo di vederla e interrogarla risultava assai diverso da quello dell’impressionismo: egli mirava a cogliere la profondità delle cose.
Bibliografia:
M. Merleau-Ponty, Il dubbio di Cezanne, in Merleau-Ponty, Senso e non senso (1948), introduz. di E. Paci, traduz. di P. Caruso, Il Saggiatore, Milano, 1962, p. 34.
J. Sallis, Le ombre del tempo. I covoni di Monet [Monet’s Grainstacks: Shades of Times, 1991], traduz. di V. Tonon, Siracusa, Tema Celeste, 1992
R. Tassi, L’atelier di Monet (1987), in Tassi, L’atelier di Monet, Milano, Garzanti, 1989.
C. Zambianchi, La fin de son art: Claude Monet e le Ninfee dell’Orangerie, Torino,
Franco Masoero edizioni d’arte, 2000.
Riceviamo articolo dalla Sig.ra Roberta Argenti: gentilmente e volentieri lo pubblichiamo.
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