Gli avvenimenti storici dicono che la cultura d’avanguardia del Novecento è la conseguenza di un lento cammino partito nel XVIII secolo, con la rivoluzione industriale.
Andando avanti nel tempo, infatti, l’uomo è più presente a se stesso; la tecnologia e le scoperte scientifiche, gli danno modo di muoversi in un mondo diverso, dove c’è più spazio per la mente e dove il quotidiano deve fare i conti con la singolarità e l’intimità dell’individuo.
La cultura, l’arte, subiscono dei cambiamenti dati dal tempo, dall’esperienza e dalle nuove esigenze.
Credo che l’uomo, a un certo punto della storia, decide di non farsi più trascinare dal tempo, di non guardare soltanto al di fuori di sé, ma soprattutto dentro di sé.
L’uomo incomincia a insegnare l’arte come si insegna la filosofia; l’artista diventa qualcosa di più di un riproduttore di “belle cose”. L’opera d’arte inizia ad avere un’anima propria, che è la stessa dell’artista che la crea e così, ogni poesia, ogni quadro, ogni scultura, diventa l’espressione di un frammento d’anima di un singolo essere umano.
Forse, per la prima volta, l’uomo si rende conto, che l’arte è l’unico mezzo per esprimere l’individualità.
Questo fenomeno raggiunge la massima esplosione nel Novecento, in tutti i campi, filosofico, letterale, artistico.
La libertà di pensiero e di azione, acquisita nel tempo, ha dato modo ad ogni forma d’arte di esprimere la singolarità di ogni individuo o di un gruppo; da qui nascono le avanguardie del Novecento.
Non riesco a vedere le avanguardie come una vera e propria rottura con il passato, piuttosto come l’espressione di tanta esperienza tecnica, visiva, culturale e sentimentale di tutto il cammino artistico dalla preistoria in poi.
Non a caso, nell’Espressionismo, un’arte che io considero a 360°, è contenuto il tratto e la purezza delle forme degli straordinari graffiti preistorici, la magia e la stilizzazione dell’antico Egitto, la forza delle sculture greche, la decorazione dell’arte Bizantina, gli studi, le doti manuali e le innovazioni dei più grandi artisti del Rinascimento.
Il passato è denso di studi, di passione e di meravigliose opere d’arte che gli uomini del Novecento hanno fatto proprie per poterle usare come frutto di un’esperienza e maturità personale.
Quello che gli artisti si chiedono e studiano e cercano di esprimere nel Novecento, non è altro che la consapevolezza dell’arte stessa, priva di ogni finta struttura convenzionale. È il frutto di un cammino importante che inizia dai primi segni di rappresentazione preistorica d’un bisogno semplice, quale quello del cibo e della fecondazione, ma di tale importanza da diventare magico.
Proprio come gli uomini preistorici, che non avevano un passato, ma un vivere presente e un futuro da creare, l’uomo del Novecento, si spoglia simbolicamente di tutto il passato diventato costrizione, schema, forma, per ritornare alla purezza degli istinti primari, alle paure, ai bisogni più intimi.
Di fronte al “Grido” di Munch, vedo il bisogno di gridare, la paura che anche nel silenzio nessuno senta la tua voce, la disperazione della solitudine; in “Danae” di Klimt, vedo l’erotismo, lo stupore che lascia il posto al desiderio, al piacere di un amante inaspettato, la fecondità. Nella “Donna in camicia” di Derain, vedo la malinconia della sera di fronte a un lavoro non appagante, di fronte al vuoto di un amore. Appartengono a tutti, le rappresentazioni cariche di sensualità di Schiele e le provocazioni di Kokoscka e i colori di Vlaminck e le danze esotiche di Nolde.
La forza istintuale, spontanea e immediata di questi artisti, sembra leggerci dentro con la semplicità primitiva e la profondità ed esperienza di una umanità che ha già dato molto in tanti secoli di arte e di cultura.
di Patrizia Pisano
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